sabato 25 aprile 2009

SE DO DA MANGIARE AD UN POVERO MI DICONO SANTO, SE MI CHIEDO LA CAUSA DELLA SUA POVERTA' DICONO CHE SONO COMUNISTA

Nel centenario della nascita di Dom Helder Camara


Dom Helder: la sua dedizione totale ai poveri, tra denuncia e accoglienza; le sue parole, tra profezia e teologia.
Francesco Comina
Quando compì novant’anni dom Helder venne sommerso dagli auguri. Gli arrivò anche un mio biglietto, inviato così, per testimoniare l’affetto di un amico fra tantissimi.
Non mi aspettavo risposte, saluti.
Invece arrivò pochi giorni dopo una lettera bellissima con un dipinto che raffigurava le mani dell’arcivescovo di Recife congiunte in preghiera davanti a una piccola croce lontana, rossa come il sangue dei martiri di tutto il continente.
La lettera, con la firma di dom Helder Camara, è ancora lì, piegata nelle pagine di un libro di poesie, Mille ragioni per vivere (Cittadella editrice).
La rileggo a distanza di dieci anni, nel centenario dalla nascita: “Le manifestazioni di affetto che ho ricevuto peri miei novant’anni – scriveva dom Helder – mi hanno fatto sentire il vero affetto dei miei fratelli vescovi, sacerdoti, laici, amici e collaboratori.
Ringrazio per questo gesto di fraternità, unito a una medesima fede e a una medesima causa come dono del Vangelo. Rivolgo a Dio tutti questi sentimenti di sincera fraternità…”.
Morì pochi mesi dopo. Decine di migliaia di persone vennero in pellegrinaggio da ogni parte del mondo per salutare dom Helder nella piazza della Igreja da Sé di Olinda (la cattedrale della sede episcopale). Il vento stava cambiando.
La profezia del piccolo uomo dalle mani tonde venne sostituita dalla nuova stagione della Chiesa più metafisica e meno ancorata alla terra, al sangue, al canto di liberazione dei popoli che con Camara, Boff, Casaldaliga, frei Betto e altri vescovi e sacerdoti aveva liberato in Brasile la riflessione e la prassi della teologia della liberazione.
Il vescovo che gli successe, dom Josè Cardoso Sobrinho, volle togliersi di torno l’eredità di dom Helder. Forse troppo impegnativa per qualsiasi successore, forse troppo poco allineata con le nuove direttive curiali angosciate dall’idea che la fame di giustizia e la profezia della pace potessero essere confuse con il comunismo.
L’ATTUALITÀ DI DOM HELDER
Oggi dom Helder è più attuale che mai. È attuale perché i poveri sono sempre di più e i profeti sono sempre di meno. È attuale perché le sue parole, le sue denunce, i suoi appelli a vedere Cristo nel volto dei poveri, dei sofferenti, dei perseguitati, non vengono più diffusi da nessuno. È attuale perché vedeva lontano e anticipava i tempi futuri. E soltanto i tempi della pace e della giustizia possono essere futuri perché tutti gli altri, quelli delle guerre e delle prevaricazioni, sono tempi passati, tempi che buttano la storia all’indietro e la fanno soffrire.
Camara aveva il dono della parola. Chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo, durante le omelie o negli incontri pubblici che teneva in tutto il mondo, sentiva la passione della vita.
Gridava, dom Helder, lo scandalo della fame. Urlava l’incubo e l’inquietudine del terrore, quello grondante di sangue della dittatura e quello odioso di tutti gli eserciti. Aveva coraggio.
Negli anni in cui la dittatura lanciava vere e proprie battute di caccia contro i dissidenti politici, Camara venne in Europa per denunciare il sistema di terrore nel suo Paese. Nell’inverno del 1969, in un grande meeting nel velodromo d’inverno di Parigi, si alzò per dichiarare: “Nel mio paese si usa la tortura come tecnica di governo”.
La reazione dei generali fu immediata. Un sacerdote vicinissimo al vescovo, dom Enrique Pereira Neto, fu orribilmente massacrato, i suoi collaboratori laici vennero sequestrati, torturati e alcuni vennero sepolti in fosse comuni. Il suo vicario generale per Olinda, dom Marcelo Carvalheira, fu messo in prigione nel famigerato carcere di Tiradentes a San Paolo, tristemente salito agli orrori della cronaca brasiliana per la vicenda dei frati domenicani incarcerati e torturati per anni (i resoconti di quella sconvolgente storia sono stati raccontati in libri famosissimi da frei Betto). Ma Camara continuò a denunciare i soprusi e a essere visto come un compagno di cammino dai poveri di tutto il continente. Con la sua tunica sgualcita e la croce pettorale in legno egli aveva preso, anche fisicamente, dimora in mezzo al popolo: “Povero me / se salissi da solo / all’altare di Dio”.
IL POETA
Dom Helder era un poeta. Lo era di giorno e di notte. Parlava come parlano i poeti e nelle veglie prendeva carta e penna e lasciava scorrere i suoi versi. Idee, folgorazioni, richiami divini, quasi sempre umani. Cercava sempre qualcuno, chiedeva a tutti e aspettava le risposte alla sete di conoscenza che saliva come un canto dagli anfratti dell’uomo, di qualunque uomo: “Per amore di Dio, rispondetemi: / Dove sono i bambini / per raccontarmi i loro giochi, / i poeti / per raccontarmi i loro sogni, / i pazzi / per raccontarmi le loro sofferenze, / e i felici e gli infelici / i santi e i peccatori / i bambini e i vecchi / i morti e i vivi / i credenti e gli increduli / gli uomini e gli angeli / gli animali e le piante / le creature tutte / di tutti i mondi?”.
Dio era per lui una voce, più che un silenzio. Era carne più che spirito. Diceva spesso che Cristo è volto. Il volto di Cristo viene a noi nel volto di Zè, Antonio, Severino, come amava dire. Cristo in forma umana, come direbbe Bonhoeffer. E più si scende nelle spelonche dell’umanità, più si percorre la strada verso l’abisso della sofferenza e più si rende vivo e nitido il volto di Cristo. Egli lo vedeva fra i contadini poveri ma pieni di dignità, fra gli ammassati delle favelas, stretti fra la fame e la violenza delle bande di criminali. Ecco allora che l’uomo in cerca di Cristo non può alzare lo sguardo sopra la realtà e trasfigurare la presenza in un al di là insignificante. Solo mettendosi nei panni dell’altro e guardando dalla sua parte la realtà è possibile conoscere il mistero di Dio:
“Dare tutto quello che si possiede. / dare tutto quello che si è. / Donarsi sempre. / senza più smettere di donare: / ecco la lezione profonda, / di gioia e di pace, / che gli amici della terra / danno e daranno per sempre / i tre amici incomparabili / che si consumano nell’unità / Non lasciarci tranquilli Signore. / Ci sono quelli che hanno / viscere di possesso. / Ce ne sono che hanno l’essenza del dono”.

LA SUA VITA PER GLI ALTRI
Dom Helder è stato un uomo che ha vissuto totalmente per gli altri. Il piano verticale dell’ascesa a Dio si è combinato fedelmente al piano orizzontale della mescolanza con l’uomo. Ecco perché egli era sempre così disponibile, così gioioso di incontrare qualsiasi uomo o donna passasse anche casualmente per la sua casa. Egli aveva una fiducia illimitata nel cuore buono dell’uomo. E per questa fiducia aveva osato andare oltre gli equilibri diplomatici che il ruolo di vescovo gli imponeva. Sentiva crescere quel sano sentimento di indignazione che non poteva fermarsi dinanzi alla violenza del sistema, davanti alle uccisioni indiscriminate di poveri, di fronte al dramma della miseria e della povertà di un mondo terribilmente scisso in due, da una parte i ricchi sempre più sazi, dall’altra i miserabili sempre più affamati. Forse Camara è stato il primo vescovo ad aver aperto un filone di riflessione teologica sull’economia e ad aver capito come il mercato sia la fonte prima dell’oppressione di gran parte dell’umanità. Perché attraverso le lobby delle multinazionali, attraverso le politiche macroeconomiche si uccide, si devasta l’ambiente, si rendono schiavi milioni di persone e si crea la dipendenza che alimenta l’emarginazione e la depressione sociale. Diventò famosa una sua frase che dice così: “Quando mi occupo dei poveri e li aiuto in qualche modo mi dicono che sono un santo, quando indico le cause della loro povertà e l’oppressione che subiscono dicono che sono un comunista”. E allora anche un uomo santo come dom Helder diventa bersaglio dei potenti, entra nel mirino dei palazzi e subisce le critiche all’interno della stessa Chiesa.
Nessuno sconforto: “Aprirci alle idee, comprese quelle contrarie alle nostre – riusciva a dire quel santo di uomo che fu dom Helder Camara – significa avere il fiato del camminatore. Felice chi comprende e vive questo pensiero: se non sei d’accordo con me tu mi fai più ricco”.

LA DEMOCRATIZZAZIONE DELL'AFGHANISTAN (da "Il Manifesto" articolo di Giuliana Sgrena)


Dove sono coloro che spudoratamente nel 2001 avevano detto che si interveniva militarmente in Afghanistan per liberare le donne dal burqa? Naturalmente era stata solo una battuta di pessimo gusto, ma non avremmo mai immaginato che Hamid Karzai, l’uomo installato a Kabul dagli americani al posto dei taleban, avrebbe sfidato i suoi predecessori nell’umiliare le donne con una legge che legalizza lo stupro in famiglia, oltre che impedire loro di uscire di casa senza il permesso del marito. Cosa diranno i paesi donatori dell’Afghanistan riuniti ieri all’Aja? Continueranno a finanziare o a promettere soldi a un regime che non ha nulla da invidiare a quello dei taleban? E soprattutto il governo italiano, incaricato di assistere l’Afghanistan nella ricostruzione del sistema giudiziario, avallerà questa ennesima brutale violazione dei diritti umani, magari con il pretesto di rispettare la loro cultura?Una nuova legge che regola i rapporti di famiglia per gli sciiti, già firmata dal presidente Karzai il cui contenuto è stato anticipato da fonti Onu e ripreso dal quotidiano britannico The Guardian, legalizza lo stupro all’interno della famiglia: la donna non potrà rifiutarsi di avere rapporti sessuali con il marito. Inoltre, nella legge sarebbe contenuta una norma che impedisce alla donna di uscire di casa senza il permesso del marito per studiare, cercare lavoro o andare dal medico. Infine, in caso di divorzio la custodia dei figli è affidata al padre o al nonni. La legge «è peggiore di quella dei taleban», è stata la reazione di Humaira Namati, parlamentare.In questo caso sono gli sciiti, che secondo la costituzione possono avere un codice della famiglia diverso dalla maggioranza sunnita, a sfidare l’oscurantismo dei taleban nei confronti delle donne. Quando si tratta di eliminare i diritti delle donne si può tranquillamente violare la parità tra i sessi prevista dalla costituzione afghana e dalle convenzioni internazionali sottoscritte dal governo di Kabul. Del resto l’Afghanistan non è l’unica eccezione, purtroppo. La legge è stata approvata con insolita rapidità e con scarsa discussione - l’unico miglioramento pare sia stato l’aumento da 9 a 16 anni dell’età da matrimonio - denunciano diverse deputate afghane. Mentre Soraya Sobbrang, capo degli affari delle donne nella Commissione afghana indipendente dei diritti umani, accusa il silenzio dell’Occidente «disastroso per i diritti delle donne in Afghanistan».La rapidità e la clandestinità con cui Karzai ha fatto passare la legge è dettato da motivi elettorali in vista del voto presidenziale di agosto. Visto il suo calo di popolarità e anche di appoggio internazionale, evidentemente nell’estremo tentativo di guadagnare voti il presidente ha cercato con questa legge di ingraziarsi l’elettorato sciita costituito sostanzialmente dalla comunità hazara, circa il 10% della popolazione, oltre che dell’Iran. Infatti la nuova legge era auspicata da Ustad Mohammad Akbari, parlamentare e leader del partito hazara, il quale ha dichiarato: «Uomini e donne sono uguali nell’islam ma ci sono differenze nel modo in cui uomini e donne sono stati creati. Gli uomini sono più forti e le donne sono un po’ più deboli; anche in Occidente non si vedono donne pompiere».Con la nuova legge oscurantista forse Hamid Karzai potrà persino più facilmente convincere i taleban «moderati» della sua buona «fede» e offrire loro quella «onorevole forma di riconciliazione» auspicata dalla segretaria di stato Usa Hillary Clinton. Speriamo tuttavia che la protesta dell’Unifem (Fondo delle Nazioni unite per lo sviluppo delle donne) per la nuova legge giunga anche all’Aja e non lasci indifferenti i rappresentanti dei paesi donatori. E speriamo che la risposta non sia la stessa ipocrita di un diplomatico occidentale a Kabul, ripreso dal Guardian, «sarà difficile cambiare la legge perché entriamo in un terreno in cui possiamo essere accusati di non rispettare la cultura afghana». Quella dei fondamentalisti, mentre si può tranquillamente ignorare quella delle donne che chiedono il nostro aiuto.
di giuliana pubblicato il 1 aprile 2009

venerdì 24 aprile 2009

DENARO: STERCO DEL DEMONIO (M. LUTERO)


" Con un dollaro rubato, un dollaro falso, un dollaro preso in prestito o con un dollaro capitatomi fortuitamente in mano in uno dei mille modi possibili io posso comprare la stessa quantità di uova strapazzate che posso comperare con un dollaro duramente guadagnato".
(D. T. Bazelon "L'economia di carta")

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